Pubblichiamo, come felice esempio di una lettura critica (e di un’arte) poetico-esistenziale la lettera di Carla Subrizi presente nel libro di Andrea Fogli “Effemeridi del giardino” edito da Freemocco di Deruta nel novembre 2024 e disponibile ora alla libreria del Palazzo delle Esposizioni di Roma, dove il 20 marzo è intervenuta in occasione della presentazione del catalogo della mostra 7 ATLANTI con un intervento sensibile e poetico in cui ha ampliato i temi presenti in questo testo comprendendo l’intero percorso dell’artista … intervento di cui speriamo presto di avere la trascrizione per pubblicare qui di seguito.
Poetico-esistenziale è innanzitutto qualcosa che riguarda il comportamento dell’artista e di ognuno di noi: l’esser miti e non superbi o presuntuosi, l’essere aperti come fanciulli (o l’idiota di Dostoevskij) agli altri senza anteporre pregiudizi o sovrastrutture culturali, liberi da complessi psicologici, egocentrismi, invidie e così via. Essere veramente disinteressati ad ogni forma di potere, grande o piccolo che sia. Essere quindi veramente lunari. Basta poco per ricadere, anche se giustamente secessionisti rispetto all’arte dei Salon contemporanei (e al servilismo degli artisti al supermercato globale), nella zuppa maleodorante: se il tuo luogo di rifugio è un luogo economicamente ricco, puntellato su figure che hanno la loro rete di poteri e influenze, facile che entri in gioco un valore di scambio, una dinamica opportunistica. La Società Lunare fin dall’inizio è stata invece una comunità fluida, aperta, priva d’ogni sostegno economico, d’ogni merce di scambio, “idiota” nel senso dostoevskiano, quindi esemplarmente “poetico-esistenziale”. Su un piano artistico riconosce come consanguinei tutti gli artisti che non vogliono imbalsamare il vivente, l’inquietudine, il conflitto, che rifuggono quindi l’arte sedativa e decorativa, così benvoluta nei salotti borghesi. Bisogna invece avere il coraggio d’essere indigesti, umbratili, paradossali, inafferrabili, fragili e forti allo stesso tempo, e di mettere da parte la Cultura, il confortevole abito che ci distingue dalle masse o dagli altri artisti, ed entrare nudi nel corpo vivente della realtà e della natura, dei corpi e delle immagini, palpitare, piangere, urlare, ammutolirsi. Bisogna avere il coraggio d’essere mortali, nella vita come nell’arte, e di attraversare miti la fragilità, facendola fiorire nel miracolo di un’opera viva, e non come fiore essiccato tra le pagine sigillate di un libro, quale esso sia.
Immagine in copertina: installazione dei disegni dell’Erbario Planetario, Cazalla de la Sierra, giugno 2019
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Caro Andrea,
oggi alla Fondazione ho trovato i tuoi disegni dell’erbario, in realtà tracce, esiti di un percorso di cattura realizzata come sai fare tu: con leggerezza, empatia, affetto. Questa traccia mi ha fatto pensare e mi sono chiesta: cosa ha “fermato” Andrea su questo foglio e sui molti altri fogli [che simpatica omofonia delle parole!] che negli ultimi mesi ha realizzato attraversando la città e le sue periferie ovvero in luoghi dove resta una presenza di elementi naturali, o dove una foglia o una qualsiasi rimanenza di questa (secca o già corrosa dal tempo) racconta una storia di vicissitudini di resistenza e resilienza? Tra l’altro, questo ricercare senza fretta ma ponendoti in una sorta di ascolto delle piante e dei fiori, che poi sottoponi al tuo disegno (far assorbire il colore – blu, azzurri, perlopiù – alle foglie o agli steli per poi rilasciarlo in forma di tracce), produce collegamenti imprevisti di un “terreno comune” tra luoghi diversi. E la forma del “diario”, per svolgere e riavvolgere il racconto di questo tuo peregrinare (benjaminiana memoria dei suoi Passages), in molteplici possibili direzioni, risponde bene alla ricerca di residui del tempo, di presenze reali, di brandelli di vita che, insieme, montati nelle lunghe serie di disegni o reperti delle tue mostre, scandiscono non soltanto un registro temporale ma una storia affettiva che si è annodata in punti precisi dello spazio cittadino e non soltanto.
Cosa hai dunque fermato con le tue tracce? Qui alla Fondazione, dove hai catturato il ricordo di una mano laboriosa (quella di Baruchello) che per decenni ha con discrezione – senza invadere o manipolare – ridisegnato mentalmente e fisicamente gli spazi di prati, del suo bellissimo giardino e del bosco – sottraendo quei campi allo sfruttamento incessante che altrove, molto vicino, ha visto lo sviluppo di progetti di speculazione edilizia – hai recuperato alcune delle tracce di una natura forte, che racconta una lunga storia: dagli antichi Etruschi fino ad oggi, passando attraverso disboscamenti, coltivazioni agricole – non sempre il meglio che si può fare – e ritorno al bosco. Il tuo passaggio alla Fondazione, tra i tanti luoghi che hai attraversato e visitato e in cui hai cercato le tracce di presenze amiche, tra le erbe e le piante, selvatiche e non, ha fermato sulla carta frammenti brevi, leggeri di entità sensibili, accomunati dalla stessa storia. Questi frammenti o tracce che hai catturato nei tuoi disegni – ombre, “anime minime” come le avrebbe chiamate Jean-François Lyotard (amico, tra l’altro, di Baruchello e mio per molto poco), tasselli di un mosaico da ricomporre – descrivono itinerari affettivi in cui la sintonia è la disposizione a guardare e cogliere, differentemente, senza strategie basate sull’utilità o la convenienza di fare qualcosa, i residui di storie da recuperare alla nostra sensibilità. Tu, bravo archeologo di reperti del sensibile e degli affetti, lo stai facendo.
Grazie Andrea!
Carla
Roma 17 aprile 2019
ERBARIO PLANETARIO: Glicine, Fondazione Baruchello, 16 aprile 2019